Capezzolo introflesso Milano

Se avete digitato Capezzolo introflesso e volete saperne di più ecco tutte le informazioni necessarie per capire di cosa si tratta e come intervenire.

Il Capezzolo introflesso è una malformazione molto comune

Si tratta di una malformazione è una situazione molto comune, caratterizzata dall'assenza di prominenza del capezzolo, che si presenta piatto contro l’areola oppure rivolto verso l’interno.

In alcuni soggetti i capezzoli si manifestano già fin dalla nascita introflessi, in altri si sviluppano più tardi.

L’anomalia può essere presente sia negli uomini che nelle donne e in alcuni casi in entrambi i lati.

In genere questo problema non desta preoccupazioni, neanche durante l’allattamento al seno, in quanto il bambino può aggrapparsi a tutta l’areola.

Tuttavia, può causare disagi psicologici e quando riesce a sporgere, magari sotto stimolazione, può suscitare imbarazzo in molte donne.

 

Quali possono essere le cause del Capezzolo introflesso

Le cause di questa anomalia sono da ricercare soprattutto nella ereditarietà. Infatti, in molti casi si tratta di una condizione congenita e non comporta rischi, ma vi sono delle circostanze in cui può annunciare qualche problema più siero:

Nel caso ad esempio il capezzolo rientrato sia anche accompagnato da secrezione ematica oppure da un nodulo occorre rivolgersi allo specialista perché potrebbe essere un segnale di carcinoma.

In altri casi il problema può presentarsi in seguito ad un particolare processo infiammatorio, a infezioni, a traumi, interventi chirurgici oppure all’allattamento stesso.

In pratica, potrebbe dipendere da un’anomalia dei dotti galattofori, ovvero dei condotti che portano il latte al capezzolo mentre la mamma sta allattando.

Infatti, nel caso di introflessione, i condotti si presentano più corti di come sono normalmente per consentire la fuoriuscita naturale del capezzolo dall’areola, in quanto quest’ultima si trova all’interno della mammella.

Sono diversi i gradi di introflessione del capezzolo, e a seconda di quale sia il caso da trattare il medico può stabilire di intervenire con il trattamento più indicato

Ecco quali sono i gradi in cui può manifestarsi questa anomalia:

  • Grado di tipo 1: eseguendo una lieve pressione sull’areola si può notare che il capezzolo tende a protrarsi e non torna subito nella sua posizione originaria.

    Non si tratta di una condizione preoccupante e non genera problemi durante l’allattamento, ma più che altro si tratta di un problema tipo estetico.

  • Grado di tipo 2: eseguendo una pressione verso l’esterno, il capezzolo si protrae prima di ritrarsi lentamente.

    Questa condizione può influire sull’allattamento in quanto la fibrosi è moderata e i dotti galattofori sono un po’ retratti.

  • Grado di tipo 3: anche in questo grado il capezzolo non si protrae e si tratta condizione più grave, in quanto si manifesta sia la fibrosi che i dotti galattofori retratti.

    In questo grado la situazione potrebbe compromettere l’allattamento.

Rimedi per correggere l’anomalia della introflessione del capezzolo

Vi sono dei rimedi che possono risolvere il problema quando questi è di minore entità e da attuare per favorire al piccolo l’attaccamento al seno. Ecco quali sono:

Modellatori di capezzolo: vanno indossati sotto il reggiseno e aiutano a far protendere meglio i capezzoli piatti o introflessi.

I modellatori sono in materiale plastico e sono composti da due parti, vanno usati in gravidanza e sfruttano l'aumento naturale dell'elasticità della pelle.

Dopo il parto i modellatori si indossano per una mezzora prima delle poppate, non vanno indossati di notte e il latte che si racchiude all’interno non va utilizzato.

Utilizzo del tiralatte: utilizzare un tiralatte efficace dopo il parto può essere utile per far sporgere il capezzolo prima della poppata e facilitare l'attacco al seno del bambino.

Evert-it™ - si tratta di un dispositivo composto da una siringa con un'estremità morbida e flessibile in silicone, che simula la suzione e favorisce l’uscita del capezzoli.

La tecnica di Hoffman: si tratta di una tecnica che favorisce l’allentamento del tessuto connettivo alla base del capezzolo e può essere eseguita durante la gravidanza e dopo il parto.

Si poggiano i pollici alla base del capezzolo e si preme verso la cassa toracica. La manovra allenta le rigidità e favorisce la distensione del capezzolo.

Paracapezzolo: si tratta di una tettarella in silicone flessibile e sottile che si poggia sopra il capezzolo.

E’ dotata di forellini sulla punta e consente la fuoriuscita del latte.

Stimolazione del capezzolo prima della poppata: afferrare il capezzolo, stringerlo tra l'indice e il pollice e muovere le dita avanti e indietro per qualche minuto, poi sfiorarlo con un panno imbevuto di acqua fredda o con del ghiaccio messo in un telo.

La mastoplastica correttiva per correggere l’anomalia al capezzolo

Dopo aver affrontato una visita senologica specialistica per controllare l’anomali al capezzolo e aver diagnosticato che non vi è alcun pericolo di tumore al seno si può decidere di intervenire per risolvere il problema con la mastoplastica correttiva.

In genere il chirurgo decide di intervenire se si tratta del grado 3 dell’anomalia, che come detto prima è quello più grave e può compromettere la buona riuscita dell’allattamento.

L’intervento si propone l’obiettivo di riportare all'esterno i capezzoli e viene eseguito tramite un'incisione periareolare, ovvero praticata sul contorno dell'areola. Si vanno ad individuare i condotti galattofori e si fa in modo che vengano liberati dalle aderenze in modo da far restare fuori il capezzolo.

L'intervento viene eseguito in anestesia locale e sedazione, è sicuro e permettere di allattare successivamente senza alcun problema. Inoltre, le cicatrici non sono visibili poiché si trovano nel punto compreso fra la pelle scura dell'areola e quella chiara delle mammelle.

La forma del capezzolo diventa regolare e l’intervento assicura un risultato permanente. Se si tratta di un caso più complesso si può sottoporre la paziente ad un ulteriore intervento di correzione, da eseguire a distanza di pochi mesi dal precedente e agendo sempre sulle stesse cicatrici, quindi senza procurarne altre.

La procedura non è invasiva e consente alla paziente di tornare quasi subito alle sue attività giornaliere, avendo però cura di non fare sforzi per almeno due settimane. Dopo l’intervento non si avverte praticamente alcun dolore e comunque, nel caso dovesse avvertire qualcosa, viene tenuto a bada con i farmaci antidolorifici.

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